Psicologa Psicoterapeuta Udine

Modello teorico di riferimento

La psicologia ha sviluppato differenti teorie al fine di esplorare, comprendere e descrivere il funzionamento psichico, mentale e cognitivo dell’essere umano nella sua complessità. Nel corso del tempo sono pertanto, inevitabilmente, nati diversi approcci terapeutici per cercare di dare un senso al disagio e di sostenere il benessere delle persone.
La ricerca e la letteratura sono concordi nell’affermare la sostanziale equivalenza di risultati tra le diverse forme di psicoterapia. Lungo gli anni, si è compreso sempre più chiaramente che a fare la differenza e a rappresentare la condizione indispensabile per la riuscita di un percorso è soprattutto la relazione terapeutica. Pertanto, al di là dell’orientamento specifico di ogni professionista, gli elementi indispensabili per la buona riuscita della terapia sono in primo luogo la professionalità e la competenza teorica e relazionale del terapeuta, la fiducia in quest’ultimo e la motivazione del paziente al cambiamento.

 

ORIENTAMENTO SCIENTIFICO

 

Nel corso degli anni, il mio orientamento scientifico si è andato arricchendo progressivamente, inserendo all’interno del Modello sistemico- relazionale altri approcci teorico- clinici: il Cognitivismo Post-razionalista di Vittorio Guidano, la Neurobiologia interpersonale di Daniel Siegel e il Modello dell’Elaborazione adattiva dell’informazione (Adaptive Information Processing) sui cui si basa il metodo EMDR. La Teoria dell’attaccamento fa da cornice e da fondamento ai sistemi teorici sopracitati.
Questa complessità mi offre una visione clinica ampia per una efficace concettualizzazione del caso e per una scelta appropriata degli interventi lungo il processo terapeutico, avendo come base primaria la qualità della relazione con la persona che ho davanti.

Qui di seguito offro brevi cenni per comprendere questi modelli di riferimento.

 

IL MODELLO SISTEMICO – RELAZIONALE

 

L’approccio sistemico si basa su un pensiero interdisciplinare e il fulcro dei suoi fondamenti poggia sulla teoria dei sistemi e sulla cibernetica. La logica da lineare diventa circolare; il pensiero principale è che la patologia o la sofferenza possono essere funzione della relazione. I sintomi e i disagi della persona spesso rappresentano l’espressione dell’intero sistema di appartenenza dell’individuo e delle relazioni interpersonali significative. Succede pertanto che l’individuo diventi portavoce di un malessere esteso all’interno del suo sistema di relazioni familiari o del proprio contesto di vita.

 

IL MODELLO COGNITIVO POST RAZIONALISTA

 

Secondo il Cognitivismo post-razionalista di Vittorio Guidano la realtà psicologica non viene ritenuta oggettiva, ma è considerata come il prodotto dell’interazione tra osservatore e ambiente. In questa ottica, la persona è un soggetto attivo che elabora e organizza la propria realtà e costruisce un senso di sè secondo determinate “organizzazioni di significato”. Due i concetti fondamentali di questo modello: il primo è la “teoria motoria della mente”, in cui la mente è intesa non solo come elaboratrice di informazioni, ma costruttrice attiva della realtà. Con la classificazione e interpretazione degli stimoli, gli elementi della realtà vengono organizzati da schemi cognitivi che delineano e costruiscono l’organizzazione cognitiva del significato personale (Guidano, 2007, 2008). Il secondo concetto è quello della “conoscenza tacita”. Essa è costituita dalle regole non verbali, inconsapevoli, spesso fondamentalmente relazionali, che organizzano la percezione di sé, la visione del mondo e la temporalità esistenziale, anche in forma narrativa.

 

LA NEUROBIOLOGIA INTERPERSONALE

 

La Neurobiologia Interpersonale è una disciplina fondata da Daniel J. Siegel (1999) e studia il modo in cui la mente si sviluppa a partire dall’influenza reciproca tra relazioni umane e struttura e funzioni cerebrali. Mira a comprendere come il cervello dia origine ai processi mentali e come esso stesso sia direttamente modellato dalle esperienze interpersonali. Questo modello integra conoscenze neurobiologiche e cliniche anche corporee che finora erano scollegate e aiuta a comprendere quali sono i processi utili a facilitare un buon sviluppo mentale, per il benessere emotivo e psicologico, l’autostima e la resilienza, sia durante l’età evolutiva che nel resto della vita. Il focus di questi processi è rappresentato da un meccanismo fondamentale di integrazione a diversi livelli di complessità, che sostiene intuizioni derivanti dalla teoria dell’attaccamento, dalle scienze cognitive e dalla tradizione sistemica e familiare, come ad esempio la trasmissione intergenerazionale dei fatti traumatici. Clinicamente, la psicopatologia viene vista come un disturbo di integrazione, e dunque l’intervento psicoterapeutico viene centrato sullo sviluppo di nuovi e più efficaci processi integrativi attraverso strumenti diversi, basati in primo luogo sulla sicurezza della sintonia derivante dalla relazione terapeutica, ma anche dalla mindfulness e da interventi centrati sui processi di attaccamento.

 

IL MODELLO DELL’ELABORAZIONE ADATTIVA DELL’INFORMAZIONE E L’EMDR

 

Il Modello dell’elaborazione Adattiva dell’Informazione (A.I.P. Adaptive Information Processing) è stato adottato da Francine Shapiro (2000, 2011) ed è alla base del Modello EMDR. Considera le situazioni che provocano disagio nel presente come degli attivatori in grado di richiamare alla mente eventi del passato che non sono stati elaborati in maniera adattiva. Il sistema di elaborazione dell’informazione neurobiologica è considerato innato e adattivo; il trauma può tuttavia causare un’interruzione della normale elaborazione dell’informazione che, quando non adeguatamente elaborata, viene immagazzinata in modo disfunzionale entro le reti neurali. Viene quindi compromessa la possibilità di integrazione, con la conseguenza che le informazioni rimangono racchiuse nel cervello nella loro forma specifica, ovvero immagazzinate come sono state provate al momento dell’esperienza, con le stesse componenti emotive, sensoriali, cognitive e fisiche. La patologia è vista come il risultato di esperienze non elaborate e trasformate. Gli atteggiamenti, le emozioni e le sensazioni che ci disturbano nel presente non sono, dunque, semplici reazioni agli eventi, ma sono visti come una manifestazione legata alla percezione dei ricordi traumatici memorizzati (Solomon e Shapiro, 2008).

Il cambiamento che si osserva dopo un trattamento con EMDR è il risultato dell’elaborazione e integrazione di queste esperienze e consente una risoluzione efficace e duratura. Numerosi studi neurofisiologici hanno documentato i straordinari effetti della terapia EMDR, che è stata riconsociuto dall’OMS (Organizzazione Mondiale dell Sanità) nel 2013 come trattamento efficace e con evidenza scientifica per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.
Il Modello AIP è particolarmente importante perchè permette di superare una lettura esclusivamente relazionale dei sintomi e pone l’accento anche sulla dimensione soggettiva. L’intervento clinico diventa ancora più specialistico e focalizzato, riuscendo a integrare i livelli cognitivo, emotivo e corporeo della persona.

Nel mio lavoro, considero i precedenti quattro approcci teorici come complessamente interconnessi e mi avvalgo dei principi e metodi epistemologici attraverso una cornice di riferimento comune: la Teoria dell’attaccamento.

 

LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO

 

La Teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1976, 1978, 1982, 1983, 1989) nei suoi sviluppi clinici si propone come “un ponte” tra realtà esperita e realtà rappresentata ed è compatibile con la strutturazione concettuale e la prassi terapeutica di diversi orientamenti psicoterapici. In particolare, offre una visione di come le esperienze peculiari vissute nell’infanzia con le proprie figure di attaccamento principali influenzino le aspettative e il modo in cui ci si rapporta con gli altri, ci si lega alla persona amata e si vivono i legami familiari e il rapporto di coppia.

L’intervento terapeutico mira a favorire il riassorbimento del problema, stimolando e sostenendo i cambiamenti e alleggerendo eventuali vissuti traumatici, in modo che il sintomo non sia più utile o funzionale.

Dottoressa Luisa Morassi
Psicologa Psicoterapeuta PhD

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