Dottoressa Luisa Morassi Psicologa Udine Psicoterapeuta PhD https://luisamorassi.it/ Wed, 14 Apr 2021 09:55:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.3 https://luisamorassi.it/wp-content/uploads/2020/03/cropped-favicon-32x32.png Dottoressa Luisa Morassi Psicologa Udine Psicoterapeuta PhD https://luisamorassi.it/ 32 32 Il lutto: accogliere ed elaborare la perdita https://luisamorassi.it/2019/12/13/il-lutto-accogliere-ed-elaborare-la-perdita/ Fri, 13 Dec 2019 15:17:33 +0000 http://49themes.com/demos/psycholox/?p=106 Il termine “lutto” indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara.

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Il termine “lutto” indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara.

 

Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani tanto che, pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamente vissuto come un’esperienza molto triste ma anche fisiologica.
Ognuno di noi è naturalmente portato a instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato.

 

J. Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo ai processi di attaccamento e di separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il caro defunto e a potersi legare emotivamente ancora ad altre persone.

 

Le fasi identificate sono la fase di protesta (in cui sembra difficile rendersi conto della perdita e si presentano emozioni a volte discrepanti), la fase di nostalgia (in cui in assenza del defunto il mondo pare non avere più alcun significato); la fase di disperazione (in cui i ricordi possono diventare intrusivi e la persona si può sentire irrequieta e demotivata) e la fase di rielaborazione, in cui si riescono a rivedere le proprie convinzioni sul mondo, a sviluppare un nuovo rapporto con il defunto sul piano di realtà e a formarsi una identità che non si disperda in quella più antica.

 

L’elaborazione del lutto appare pertanto come un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta in vita progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale e con l’esistenza.

 

Quando una persona si sente bloccata in un dolore o una sofferenza luttuosa troppo grande da gestire, e la mancanza del defunto genera uno stato mentale in cui c’è poco spazio per il presente e per la vita quotidiana, è possibile trovare conforto e aiuto presso un professionista psicologo specializzato, che saprà accogliere il dolore e accompagnare la persona nell’alleggerire la propria quotidianità, mantenendo il legame importante del ricordo.

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Le parole che fanno bene ai bambini e ai genitori https://luisamorassi.it/2019/06/30/le-parole-che-fanno-bene-ai-bambini-e-ai-genitori/ Sun, 30 Jun 2019 14:19:12 +0000 http://49themes.com/demos/psycholox/?p=114 I bambini hanno le “antennine” sempre pronte a captare i segnali di chi si prende cura di loro. Esistono parole che tutti i bambini desiderano sentirsi dire.

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I bambini hanno le “antennine” sempre pronte a captare i segnali di chi si prende cura di loro. Esistono parole che tutti i bambini desiderano sentirsi dire. Se ci pensiamo un po’ su, anche noi adulti eravamo bambini e sappiamo che a volte ci siamo attaccati alle parole, sia a quelle belle che a quelle meno belle. Le parole ci cambiano. Dite con le vostre parole ai vostri bambini quello che sentite per loro: gli farà bene, ma farà bene anche a voi. Sarà un lenitivo per la relazione tra voi e il vostro piccolo.

 

1. Mi piace stare con te. Ai bimbi fa bene sapere che state bene quando siete con loro, e che quei momenti sono importanti per voi. Prima della nanna, ad esempio, potete brevemente ricordare un piccolo momento trascorso insieme che vi ha dato molta gioia.

 

2. Mi manchi quando non sono con te. A volte i genitori sono restii a dirlo, tuttavia sono con il pensiero accanto ai loro piccoli per tutto il giorno, anche quando lavorano e sono fuori casa. Dirlo con le parole crea legame, permette anche al bambino di esprimere i propri sentimenti.

 

3. Ti posso capire. Cogliete le piccole occasioni di ogni giorno per fermarvi ad ascoltare veramente il vostro bambino. Ricordate quando vi sentivate come pensate si possa sentire il vostro piccolo e diteglielo. Ascoltatelo se ha voglia di parlarvi… a volte capita che quando vi fermate voi il bimbo non si senta più disposto a comunicare… pertanto cogliete l’occasione che si presenta, anche se solo per piccoli istanti.

 

4. Sono certo che ne sei capace. Andrà tutto bene,  ce la farai… queste frasi portano a pensare positivo, a far emergere la forza d’animo e gli aspetti di adeguatezza e di valore dei nostri figli. Facciamo in modo che ci provino sempre, che non si arrendano, che possano far emergere le loro possibilità. Spesso nemmeno noi adulti sappiamo veramente quali sono i limiti delle possibilità e non abbiamo la Verità in tasca… perciò non abbiamo il diritto di derubare dei loro sogni i bimbi, anche quando le idee ci sembrano troppo infantili. Lasciamoli provare e sosteniamoli. Facciamo in modo che non si arrendano prima di provare.

 

5. Ti voglio bene. E’ la frase più importante che tutti desideriamo sentire, a qualsiasi età. Non lesiniamola. Fa bene. Ti voglio bene anche se sono arrabbiato, anche se sono lontano, anche quando non ci vediamo… anche se ti comporti male e ti sgrido, ti amo ti adoro e ti voglio bene sempre. Semplicemente perchè esisti e sei una persona unica al mondo.

 

Ricordiamo che oltre alle parole, che possono esprimere i sentimenti e le emozioni, ci sono anche i gesti. I gesti sono fondamentali per i nostri bambini. Guardate i vostri figli con “occhi buoni”, abbracciateli, accarezzateli e baciateli. Il contatto fisico è un nutrimento dell’anima per voi e per loro.

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Disturbi da “tic nervoso” nei bambini e nei ragazzi https://luisamorassi.it/2018/11/02/disturbi-da-tic-nervoso-nei-bambini-e-nei-ragazzi/ Fri, 02 Nov 2018 15:20:04 +0000 http://49themes.com/demos/psycholox/?p=115 I “tic” in età evolutiva spesso allarmano e preoccupano i genitori, in quanto possono creare situazioni di difficile gestione emotiva.

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I “tic” in età evolutiva spesso allarmano e preoccupano i genitori, in quanto possono creare situazioni di difficile gestione emotiva.
I tic possono essere definiti come movimenti improvvisi, ripetuti, involontari e incontrollabili, che possono riguardare la mimica facciale, come ad esempio sbattere le palpebre, aggrottare le ciglia e fare smorfie, ma anche la motricità e la gestualità del corpo, come sollevare le spalle, scuotere le gambe e le braccia, ruotare il collo o la testa. Oltre ad essi, è possibile imbatterci anche in tic respiratori, come soffiare, tossire ripetutamente e tirare su il naso, e in tic fonatori, come schioccare la lingua ed emettere suoni gutturali.

 

Una volta esclusa la componente fisiologica e organica, i tic si possono definire in base alla seguente classificazione:
 tic motori semplici: smorfie del viso, movimenti del collo, segnali di ammiccamento
 tic vocali semplici: raschiarsi la gola, sbuffare, tirar su col naso, tossire, grugnire
 tic motori complessi: battere i piedi, effettuare movimenti mimici, saltare, toccare, odorare
– tic vocali complessi: ripetizione di parole fuori contesto; nei casi più gravi coprolalia (usare parolacce) ed ecolalia (ripetere come un’eco frasi, parole o suoni sentiti per ultimi).
Il significato dei tic in età evolutiva è molto complesso e può assumere forme diverse da un bambino all’altro.

 

Qualche volta i tic possono nascondere tensioni emotive, vissuti di insicurezza oppure disagi relazionali; possono anche rappresentare un bisogno del bambino di tenere sotto controllo situazioni o cambiamenti all’interno del proprio sistema familiare, come ad esempio una condizione di
conflittualità tra i genitori, una malattia di uno dei suoi membri, una variazione di routine oppure una perdita o un lutto.
Spesso i bambini appaiono come timidi e remissivi e tendono a controllarsi, sia nell’espressione dei loro vissuti emotivi che delle loro azioni; di rado parlano in modo spontaneo dei loro tic e dell’eventuale disagio provato. Oppure, d’altro canto, manifestano le loro preoccupazioni con atteggiamenti che possono apparire più aggressivi e si concretizzano con “capricci” e testardaggine.
E’ importante notare che al tic possono associarsi sentimenti di vergogna, frustrazione e ansia, che andrebbero adeguatamente accolti e compresi in una relazione affettiva; inoltre, soprattutto se il sintomo si prolunga nel tempo, la persona interessata manifesta difficoltà nella socializzazione per il timore di sentirsi rifiutata o presa in giro, con conseguente disagio proprio e della propria famiglia.
La reazione da parte del contesto familiare e quotidiano, e in modo particolare da parte dei genitori o delle principali figure di accudimento, può essere di grande aiuto nel determinare l’evoluzione del tic e del disagio.

 

Per il bambino/ ragazzo può essere molto importante non sentirsi rimproverato, richiamato o deriso, oppure troppo osservato per ciò che egli stesso non riesce a controllare. Infatti, un atteggiamento che si focalizza sul tic può accrescere lo stato di ansia e di tensione che ha generato il sintomo.
In tali situazioni, potrebbe essere molto utile riuscire a spostare l’attenzione e la preoccupazione dal sintomo stesso alle sue possibili cause.
E’ facilmente comprensibile che i tic nervosi mettano a dura prova le reazioni emotive di genitori e bambini stessi. Tuttavia, sappiamo anche che una reazione di eccessiva preoccupazione rappresenta spesso uno dei principali ostacoli alla risoluzione del tic.

 

Se la questione non si risolve spontaneamente in breve tempo, sarebbe buona cosa non attendere troppo a rivolgersi ad uno psicologo specializzato, che potrà sostenere la famiglia accompagnandola nel processo di comprensione del disagio. Il fine è quello di trovare strategie efficaci per sostenere il figlio e per superare insieme un momento di difficoltà.

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Il lutto: come aiutare i bambini https://luisamorassi.it/2018/02/20/il-lutto-come-aiutare-i-bambini/ Tue, 20 Feb 2018 15:18:08 +0000 http://49themes.com/demos/psycholox/?p=107 Per i bambini l’esperienza della morte di una persona cara è davvero molto difficile da capire e soprattutto da esprimere

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“E’ il mio cuore il paese più straziato” (G. Ungaretti)

Il termine “lutto” indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara. Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani, tanto che, pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamente vissuto come un’esperienza molto triste ma anche fisiologica.
Ognuno di noi è naturalmente portato a instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato.

 

J. Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo ai processi di attaccamento e di separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il caro defunto e a potersi legare emotivamente ancora ad altre persone.
Le fasi identificate sono la fase di protesta (in cui sembra difficile rendersi conto della perdita e si presentano emozioni a volte discrepanti), la fase di nostalgia (in cui in assenza del defunto il mondo pare non avere più alcun significato); la fase di disperazione (in cui i ricordi possono diventare intrusivi e la persona si può sentire irrequieta e demotivata) e la fase di rielaborazione, in cui si riescono a rivedere le proprie convinzioni sul mondo, a sviluppare un nuovo rapporto con il defunto sul piano di realtà e a formarsi una identità che non si disperda in quella più antica.
L’elaborazione del lutto appare pertanto come un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta in vita progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale e con l’esistenza.

 

Se per l’adulto il lutto è un’esperienza dolorosa, per i bambini l’esperienza della morte di una persona cara è davvero molto difficile da capire e soprattutto da esprimere.
Questo fatto comporta che spesso gli adulti sottovalutino l’esperienza traumatica della perdita di una persona cara per il bambino e pensino che allontanandoli dal dolore “passi tutto prima”. Si tende infatti a dare maggiore considerazione al dolore fisico dei bambini, tralasciando il loro disagio emotivo o psicologico. Spesso con il luogo comune “i bambini capiscono di meno” si tende a minimizzare e a non parlare con loro della morte e della perdita, forse segretamente sperando che sia in realtà così, e che giocando essi possano dimenticare e allontanarsi dalla sofferenza propria e di chi gli sta accanto.

 

I bambini tendono a elaborare la morte in modo diverso dagli adulti, spesso non seguendo le “fasi” descritte da Bowlby e precedentemente descritte: spesso provano emozioni e sentimenti molto intensi ma non progressivi. I tempi del lutto in età evolutiva possono presentarsi come più brevi rispetto a quelli dell’adulto, anche per evitare di soffrire troppo. Questo fatto può lasciare emozioni inespresse, come ad esempio ambivalenze odio- amore, rabbia- serenità, gioia- tristezza; purtroppo in questo modo disperazione e divertimento possono intrecciarsi e confondersi.
I fattori che determinano il modo in cui il bambino reagisce al lutto sono molteplici, come ad esempio l’età, il momento evolutivo ed emotivo entro la famiglia, l’intensità e la tipologia della relazione con il defunto, la reazione dei familiari al lutto.

 

Le reazioni dei bambini. Il dolore per la morte di una persona è difficile da esprimere anche per gli adulti. I bambini di fronte alla morte possono comportarsi in modi molto diversi. Possono, per esempio, non reagire, ascoltare senza fare commenti, o allontanarsi ricominciando a giocare. Questo atteggiamento può riflettere la non comprensione di quello che è successo, ma può anche indicare un dolore intenso che si accompagna al rifiuto ad accettare quanto accaduto. Qualche bimbo si sintonizza con gli atteggiamenti degli adulti di riferimento e tende a comportarsi e modellarsi sul loro modo di fare e di esprimere. Altri bimbi possono invece iniziare a piangere, perché il ricordo del defunto stimola in loro il desiderio di averlo vicino, proprio ora che non è più possibile: quest’ ultimo atteggiamento è forse più frequente tra i più grandicelli, che riescono a dare un senso ineluttabile alla morte.

 

Il bimbo in età prescolare di solito non è in grado di comprendere la permanenza della morte e il significato del distacco definitivo; è portato a pensare che il defunto può tornare in vita, se lo vuole. Può succedere che, al fine di proteggere i bambini più piccoli, la famiglia tenda a non parlare del defunto o della sua morte, oppure usare storie ricche di simboli e narrative “edulcorate” ( è andato via, è andato in cileo), spesso ottenendo un effetto opposto a quello desiderato. Senza elementi per dare un senso a quello che è successo o rituali per esprimere il dolore assieme agli altri, il bambino può restare chiuso in una spirale di dolore, di attesa e di inquietudine, e sentirsi solo e deprivato anziché protetto.

 

Il bambino in età scolare solitamente comprende che la morte è parte della realtà e che riguarda tutti gli esseri viventi. Può tuttavia sentirsi in colpa per aver avuto pensieri aggressivi verso il defunto oppure riguardanti i decessi e temere che essi abbiano contribuito alla dolorosa realtà. Può anche succedere che il grande desiderio di rivedere la persona defunta faccia sperimentare al bambino la sensazione della presenza di quest’ultima come se fosse un fantasma, e fare in modo che la sua attenzione e la sua emotività sia presa in scacco da questi pensieri.

 

Innanzitutto è importante chiarire che sperare di tenere il figlio all’oscuro del decesso di una persona non è realistico e si rileva controproducente. Quando avviene un lutto in famiglia, anche se i genitori decidono di non rendere espressamente partecipi i bambini, e non spiegano loro quello che è successo, questi inevitabilmente sentono che qualcosa è cambiato. Pertanto, se possibile, il bambino non va allontanato da casa, e sarebbe opportuno invece invitare presso l’abitazione una persona di fiducia che possa essere di supporto a tutti.

 

Il bambino si orienta molto sul modo di esprimere la sofferenza di chi gli sta vicino: le sue reazioni terranno conto e ricalcheranno quelle degli altri.
La perdita di una persona cara è un trauma sia per la famiglia che per il bambino: la perdita non è solo di accudimento materiale, ma di contenimento emotivo e relazionale. E’ importante che il bambino possa riuscire ad esprimere quello che sente, portando alla luce i suoi sentimenti, come ad esempio tristezza, collera, odio, rabbia, solitudine, colpa, angoscia, sgomento, senso di irrealtà… I bambini difficilmente da soli riescono a portare fuori da sé le loro emozioni, se non guidati e sostenuti da un adulto. Esprimere ciò che si sente è un momento fondamentale nella elaborazione del lutto, a tutte le età.

 

Uno degli effetti più profondi del lutto in età infantile è la necessità per il bambino di avere vicino a sé un adulto significativo che possa ascoltarlo e accogliere il suo dolore. La perdita di un genitore o di una figura di riferimento importante fa emergere la paura di perdere anche le altre persone a lui vicine: spesso i bambini frugano nella sofferenza degli adulti pensando di esserne la causa o di non essere più amati. Ci possono essere reazioni difficili da gestire, come la paura del buio, il rifiuto a staccarsi dal genitore o richieste di stargli sempre vicino… possono verificarsi episodi psicosomatici (mal di testa, mal di pancia, ecc.) oppure difficoltà di memoria, di attenzione, di concentrazione, con conseguente diminuzione delle prestazioni scolastiche.

 

Un modo per aiutare il bambino a manifestare emozioni e sentimenti è coinvolgerlo in attività espressive come il disegno, la narrazione, i giochi relazionali. Il “sentirsi ascoltato” e il “sentirsi visto” contribuiscono a dare al bambino un senso di realtà e di fiducia in se stesso, nelle proprie capacità e risorse. L’obiettivo è di garantirgli una vita sana dal punto di vista psichico, per fronteggiare gradualmente un periodo di crisi e tornare alla normalità.

 

Un altro modo di aiutare il bambino è quello di ricostruire assieme a lui il fatto che nella vita di tutti gli esseri viventi si susseguono eventi positivi, come la nascita, ed eventi tristi e dolorosi ma inevitabili, come la morte o le separazioni, e che questi eventi si possono superare insieme a chi rimane. Collocare la morte in un contesto “naturale”, può rendere le emozioni più esprimibili e dare un senso di naturalità, anche se dolorosa, a quello che sta succedendo.

 

E’ inoltre molto importante rispondere a tutte le sue domande con franchezza, in modo che ne possa porgere altre, e non sottovalutare anche le richieste che possono sembrare sciocche o strane. Non è consigliabile usare spiegazioni o eufemismi come ad esempio “la nonna è andata a dormire” oppure “la nonna è partita per un lungo viaggio”: il rischio è quello di instaurare nel piccolo un’attesa senza fine, con la convinzione che prima o poi la persona perduta tornerà. I bambini, specialmente quelli più piccoli, possono crearsi strani pensieri sulla morte. Meglio allora dare delle semplici e chiare spiegazioni, anche se non particolarmente dettagliate e cercare di spiegare anche il cambiamento del vostro comportamento, senza così indurre il piccolo a darsi spiegazioni e procurargli ansie eccessive o preoccupazioni. E’ importante che quello che è successo non vada a compromettere la relazione emotiva con il bambino, instaurando un circolo di silenzi e non detti che a lungo andare potrebbero rendere difficile starsi vicino.
E’ fondamentale incoraggiarlo e aiutarlo a superare le piccole incombenze quotidiane che in fase di lutto possono sembrare troppo grandi per lui, spiegando che esistono sia le cose pratiche che le esigenze che vengono “da dentro”. In questa fase, sostanziale sarà insegnargli ad apprezzare i propri risultati e i propri sforzi, sostenendolo nello scegliere attività per lui gratificanti.

 

In ultimo, occorre sottolineare che poter parlare della morte in modo libero può essere di aiuto nella elaborazione del trauma: sarebbe opportuno poterlo fare, con un linguaggio appropriato all’età del bambino, in tutti i contesti che vive, come ad esempio a scuola, nelle viarie attività extrascolastiche, dai parenti, dagli amici e a casa. Appare particolarmente positivo sostenere e aiutare il bambino a ricordare la persona deceduta, com’era in vita, com’è morta, guardare le foto che la ritraggono, ricostruire i ricordi familiari e personali, condividendo rituali per la sofferenza di chi resta, come ad esempio una visita al cimitero o un momento di riflessione familiare.

 

Qualora si presentassero difficoltà nel portare avanti un percorso sereno di elaborazione del lutto, potrebbe essere utile organizzare momenti di incontro congiunti con la famiglia e condotti da uno psicologo esperto, per favorire la comunicazione e la condivisione delle emozioni e dei vissuti personali, favorire il dialogo sugli aspetti collegati al defunto e fornire esempi e informazioni su come rispondere adeguatamente alle domande poste dal bambino (ad esempio: Quando torna la mamma? Quando vedrò il papà di nuovo? Perché non torna? Dov’è?).

 

La consulenza psicologica in questo caso risponde a un bisogno dei genitori e della famiglia nei confronti dei più piccoli: si tratta di aiutare gli adulti ad aiutare i bambini: se l’adulto riesce a riconoscere le proprie paure e difficoltà sarà più sereno nell’ascoltare e contenere quelle espresse dal disagio del bambino.

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